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Adottarsi per adottare: l'Altro dentro di noi e l'Altro fuori di noi. Riflessioni sulla genitorialità

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Porto avanti l'idea che non esista un genitore bio o un genitore ado, ma solo un genitore. Non ci sono figli bio o figli ado, ma solo figli.
Devo premettere che ho passato parecchio tempo a riflettere su cosa avrei potuto scrivere al riguardo. La mia riflessione è stata infatti rallentata principalmente a causa di due fattori.
Il primo è che, con un minimo di orgoglio personale e professionale, mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa di nuovo, che non fosse semplicemente la riedizione di contenuti presenti all'interno di una lunga bibliografia (la letteratura adottiva infatti straborda di valutazioni professionali).
Il secondo motivo ha a che vedere con la mia difficoltà a "patologizzare" (cioè analizzare i processi dal punto di vista della sintomatologia e di ciò che è difforme da quanto la maggior parte delle persone, e dei professionisti, ritiene essere normale e sano) il desiderio di maternità e paternità.
Mi spiego meglio: tra gli addetti ai lavori capita spesso di entrare in contatto con il mondo adottivo solo a causa di malfunzionamenti familiari o personali.
In altre parole si parla di adozione solo in quanto c'è qualcosa che non va, o in termini di funzionamento familiare fuori dalla norma e magari disfunzionale alla cura e al benessere dei figli, o in termini di difficoltà proprie dei bambini sia di carattere cognitivo che emotivo (si pensi all'ingresso a scuola e alla base emotiva dell'apprendimento).
Nelle mie ricerche sull'argomento infatti non ho trovato quasi nulla sulla "fisiologia"
(continuando con la metafora medica) del ciclo di vita della famiglia adottiva, del processo che porta genitori e figli a incontrarsi e riconoscersi come facenti parte della stessa storia e della stessa famiglia. Nulla sullo stupore che prende familiari e non, quando assistono a un miracolo simile.
Piuttosto, forse per deformazione professionale, la nostra attenzione di addetti ai lavori si sposta immediatamente alla ricerca di quegli indici di problematicità che danno uno scopo al nostro essere lì in quel momento: difficoltà relazionali, elaborazione del lutto, difficoltà di apprendimento etc., spingendoci per l'appunto a leggere ciò che vediamo in termini di "patologia".
Non fraintendetemi, è una fortuna per le famiglie che noi siamo lì con loro in quei momenti, ma questa non è la visione che ho io del progetto familiare. Ritengo infatti che l'adozione di un bimbo nasca, sempre e comunque, dal desiderio condiviso tra i coniugi di realizzare proprio quella famiglia, proprio con quelle caratteristiche, cioè di realizzare finalmente il proprio progetto di ciò che una famiglia dovrebbe essere per chi la crea.
La prima domanda che mi sono fatta è stata:«Perché si desidera un figlio? Per quale motivo le persone decidono di avere dei figli?».
Nel caso di una genitorialità adottiva questa è la prima domanda che ci si sente fare, con la sensazione poi che se non si sarà in grado di dare una risposta soddisfacente non si verrà ritenuti degni di accogliere un figlio. In altre parole, ciò che è naturale e scontato in chiunque, non lo è più per i genitori adottivi.
Sin da principio la "gravidanza adottiva" si connota come qualcosa di "socialmente" diverso: in alcuni casi viene valutata come un ripiego della coppia; in altri come un atto di salvataggio.
Naturalmente l'adozione di un bimbo nato da un'altra pancia è per sua natura un atto sociale, in quanto incide proprio sul tessuto sociale e in quanto necessita di un riconoscimento pubblico per divenire tale (il decreto di un giudice).
Chi invece decide di generare un figlio nella propria pancia non necessita di nessuna autorizzazione per poterlo fare al di là del proprio consenso, a volte non ha bisogno nemmeno del consenso del partner!
Il desiderio di un figlio può prendere due strade diverse.
Una strada lastricata dal desiderio "narcisisticamente" riferito a sé per cui si desidera in qualche modo, e con un brutto termine, "replicare" se stessi. Intendo qui la necessità interiore di prendersi cura e far crescere quella parte bambina che dentro di noi non era più contenibile emotivamente (così come un bambino che al nono mese non è più contenibile dentro la pancia della madre), e così si avvia il processo per farlo venire alla luce.
L'altra via che può imboccare il desiderio è invece quella per cui, appagati dalla propria capacità di diventare pienamente se stessi, i genitori desiderano poter fare lo stesso per un figlio, cioè renderlo quell'uomo o quella donna che il figlio è nato per essere. Non intendo qui avallare uno stile genitoriale lassista ed eccessivamente permissivo. L'effetto sarebbe comunque quello di disconoscere l'individualità del figlio, evitando di entrare in contatto con ciò che il figlio veramente è, lasciandolo solo in mezzo a un mondo troppo grande e complicato per lui.
Intendo invece sostenere quella rara capacità di entrare pienamente in contatto con un ALTRO essere umano, di essere consapevoli delle sue caratteristiche, dei suoi bisogni emotivi, dei suoi desideri; di aiutare quei desideri a prendere una forma che ne permetta la realizzazione; di essere cioè per i figli quella "base sicura" che permetta loro di «buttare il cuore oltre l'ostacolo»  e di correre a recuperarlo.
Nell'adozione, non si tratta di una "patologia", ma di una "fisiologia" della genitorialità, che prende una via che potrei definire semplicemente più evidente: pensate al caso delle adozioni internazionali, in cui è lo stesso aspetto del figlio a rimarcare una diversità biologica con la propria famiglia di appartenenza.
Anche in caso di adozione, gli attori protagonisti, e cioè bambini e genitori, compiono un salto verso ciò che è sconosciuto per loro, verso ciò che di più diverso da loro esiste.
Ed è proprio questo atto, il cui fine è la fondazione di una famiglia e l'integrazione della stessa, che è "riparativo" per ciascun familiare. È un percorso in cui ciò che era disfunzionale, che creava dolore e sofferenza, viene "trasformato" in uno scambio di amore reciproco, e perciò curativo per tutti.
Mi si potrebbe obiettare, è vero, di prospettare una visione un po' romanzata, idilliaca e quindi poco reale della famiglia adottiva.
Sono fermamente convinta che la funzione trasformativa sia il cardine dell'esperienza adottiva, e che questa competenza personale (trasformativa) - che nell'adozione diventa interpersonale - sia fondamentale nella gestione delle criticità specifiche di bambini e genitori, soprattutto nei momenti di difficoltà.
Unadifficoltàtra tutte è l'esistenza, quanto meno fantasmatica, dellamadre biologicadel bambino. E sebbene tutti preferiscano farne a meno, negarla fin quando è possibile, è comunque sempre presente, sia per i genitori che per il bambino, anche quando questo non è ancora in grado di mentalizzare la propria esperienza di vita. È inutile sprecare tante energie per dimenticarla, l'unica via possibile è solo quella di farci i conti.
Mi accorgo in quei momenti, entrando in contatto emotivo con le persone che mi trovo davanti, che per i coniugi si tratta di un momento di estremapaura e insicurezzarispetto al ruolo genitoriale che si sono ritagliati, mi rendo conto che chiunque è percepito come nemico e come giudice inclemente e, nel tentativo di comprendere empaticamente il loro vissuto, spero che giunga presto il momento in cui quei genitori si sentiranno pronti per aprirsi alla realtà della loro vita quotidiana, così da poterne ricavare il meglio sia per loro che per il loro figlio.
A volte questa mi sembra l'unica possibilità: coltivare la speranza e un atteggiamento accogliente verso il diverso... non è forse questo che ci insegna la vicenda adottiva?
Infine, vorrei portare all’attenzione dei lettori un progetto che mi sta da qualche anno a cuore il cui obiettivo qui è di suscitare interesse e partecipazione: l’Accoglienza di minori svantaggiati provenienti dal territorio della Bielorussia. Progetti di Accoglienza in cui si mettono a disposizione sia le mie competenze in ambito psicologico sia quelle esperienziali del Presidente dell’Associazione “Accoglienza Senza Confini-Terlizzi Onlus” volte alla preparazione e formazione delle Famiglie sia nuove che veterane di tali progetti ormai decennali.
Dott.ssa Iolanda Gisondo

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