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Fuga da Chernobyl

C'è un passo breve e silenzioso, dal dramma alla favola, che vede protagonisti bambini bielorussi e famiglie pugliesi. Si tratta di una sfida eccezionale, che si riassume nell'abbraccio a cuore aperto tra quel bambino venuto da lontano e un adulto consapevole di quella disperata ricerca di amore negato. Martedì 16 dicembre ore 10.30, il volo Minsk-Bari giunge puntuale all'aereoporto, nel frattempo l'attesa delle famiglie ospitanti è carica di emozioni, sono tutti lì: trepidanti, uniti e pronti ad accoglierli e riabbracciarli.
Finalmente eccoli, varcano in massa il lungo corridoio che li separa dall'amore, molti i bambini arrivati oggi, con loro delle accompagnatrici, che faranno da tramite tra le famiglie ospitanti e i piccoli bielorussi. Ma è in questo quadro che si inserisce il contributo determinante delle associazioni pugliesi, promotrici da tempo del nobile progetto di accoglienza e non solo. Tra la gente che attende trepidante e impaziente l'arrivo di questi bambini e ragazzi, ci sono anche loro a rappresentare l'associazione "Accoglienza senza Confini di Terlizzi" onlus, si tratta del presidente Paolo Leovino, il vicepresidente Luigi Dipace e la psicologa Iolanda Gisondo, oltre ad alcuni volontari giunti qui per l'occasione.
L'impatto iniziale è carico di adrenalina, tanto che mi basta appena incrociare il loro sguardo e di colpo intuire che il loro arrivo echeggia non solo storie lontane nel tempo e nello spazio, ma una realtà che ancora oggi è drammaticamente presente, e in varie forme, nelle nostre "società del benessere" piomba a ricordare quel fatidico 26 aprile 1986, quando un'esplosione al reattore n. 4 dell'impianto nucleare di Chernobyl in Ucraina provocava l'incidente più grave nella storia dell'industria nucleare. "Incidente", come venne definito allora, eppure a distanza di tempo c'è chi porta e porterà ancora le conseguenze sulla propria pelle e l'inconsapevolezza di possibili effetti deleteri delle radiazioni sulla propria salute. Ma noi occidentali nella visione della realtà, abbiamo imparato ad applicare un misto stato trasversale di indifferenza, minimizzazione, riassumibile nel concetto di straniamento, ma non per tutti è così e la partecipazione attiva di uomini e donne oggi è qui a testimoniare la presenza di una coscienza collettiva che non sopporta immaginare forme estreme di negazione e violazione dei dirittti umani, oscuramento che avviene lontano da noi con la complicità del nostro silenzio, in un Paese dimenticato, soppiantato dal materialismo e dagli interessi economici dove le vittime sono sempre loro: i bambini.
La conferma viene anche dal fatto che nell'attuale epoca, sono rimasti in pochi a chiedere la tutela del tanto travagliato e contestato diritto alla salute, che seppure ribadito con contenuti piuttosto chiari e precisi in diversi atti di portata internazionale, tra i quali spicca la Convenzione sui Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza promossa dall'Unicef di cui la stessa Italia ne è firmataria, dove a parlare chiaro a tal proposito è l'articolo 24 sul diritto alla tutela della salute dei minori.
Ma oggi non siamo qui per indagare sulle colpe e sulle omissioni, spesso volutamente fatte, in merito ad un evento così nefasto in nome del Dio danaro, in questo giorno speciale siamo qui a ripensare il loro futuro per salvaguardarlo dall'indifferenza e tutelarlo in nome dell'amore.
Dunque, diviene naturale pensare che ciò che conta oggi è il presente, che loro sono qui e trascinati da un vento di entusiasmo e frenesia raccolgano a piccole dosi granelli di felicità racchiusi in lacrime di gioia e sorrisi contagiosi, in abbracci inaspettati e carezze di conforto, gesti spontanei, che sciolgono quel gelido inverno che i piccoli angeli caduti sulla nostra terra si trascinano addosso. Tutto questo lo capisci e lo vedi anche dall'unico e piccolo bagaglio che portano con loro, appena uno zainetto, riempito di un solo cambio di biancheria intima, sulle loro piccole spalle curve. Così, accade che in una manciata di secondi, una coppia riconosce in lontananza la loro bambina, insieme corrono verso lei spalancando le braccia, si fanno largo tra gli altri, quasi col timore di non essere riconosciuti si avvinghiano in un commovente abbraccio, la stringono forte a loro, quasi a proteggerla dagli sguardi curiosi, o forse, da quella sofferenza che questi genitori hanno imparato a conoscere. Ma non sono gli unici a catapultarsi in questo tsunami di emozioni che fa sentire speciali i nostri bambini bielorussi.
E mentre davanti a me scorre questa immagine, una piccola scarpa pesta inavvertitamente la mia, mi giro di scatto e afferro e trattengo dritto al cuore il sorriso biricchino di un bambino sui dieci anni che mi chiede scusa mentre gioca con una piccola busta bianca in mano, è vivace, penso tra me, ma è semplicemente un bambino, appunto, un bambino che col suo non star fermo ha voglia finalmente di giocare e lo intuisco da come con l'altra mano tenta di trascinare via da quel trambusto il suo papi italiano. Davanti a me, intanto, altre scene, come lo scorrere di una fila chiassosa, festosa e a tratti disordinata, di ragazzi che non puoi non pensare che siano qui in fuga temporanea dalla disperazione. La confusione cresce, ma è qualcosa di piacevole questo spettacolo di amore gratuito, incuriosita ascolto le loro voci, percepisco come il loro suono diviene più dolce al pronunciare la parola mamma o papi. Devo ammetterlo, mi spiazza la capacità che hanno questi bambini di innescare un tentativo di ricostruzione dell'identità loro violata.
Ma a dominare la scena nei successivi minuti è l'arrivo della più piccola di tutti. Mentre tento con lo sguardo di mettere a fuoco ciò che accade a pochi centimetri da me, riesco a malapena intravedere una bambina sui 7 anni, con lo sguardo basso e a tratti impaurito, seduta, sulle ginocchia una bambola col sorriso stampato, portata in dono da una giovane coppia alla sua prima esperienza di accoglienza, una donna che non è ancora mamma, ma questo alla piccola poco importerà, l'amore nasce a prescindere. E' ammutolita, non parla dinanzi a qualsiasi esortazione, forse le hanno insegnato a tacere con gli sconosciuti o forse a troppe attenzioni non è abituata. Un primo tentativo attuato dalla sua amichetta di viaggio di rassicurarla fallisce, giunge poi l'intervento altrettanto fallimentare dell'accompagnatrice, nonostante parli la stessa lingua della piccola. Momenti di sconforto per la giovane coppia, poi l'intervento della psicologa, che elabora un approccio materno attraverso una carezza dopo l'altra nel tentativo di strappare alla piccola ospite un sorriso, per rassicurarla e cristalizzare le sue paure attraverso il linguaggio universale dell'amore, finchè la piccola decide di alzarsi e seguire in una stretta di mano quei giovani genitori.
Nei minuti che seguono non posso che constatare circostanze e comportamenti spontanei, atteggiamenti semplici e la condivisione di un'esperienza che vuole lasciare una traccia indelebile, il tutto monitorato sotto lo sguardo attento e vigile ma altrettanto emozionato del presidente dell'associazione "Accoglienza senza Confini Terlizzi", Paolo Leovino. Determinante il suo lavoro in questi anni, la sua presenza qui oggi è indiscreta, i riflettori li lascia puntati su chi ha bisogno di sentirsi amato all'interno di una famiglia, parla poco e non ama interferire a sproposito, ora a lui basta guardare, poi il tempo per agire e andare oltre il progetto di accoglienza verrà e un altro vento di speranza per questi nostri figli si alzerà. L'associazione anche in questa circostanza ha messo in luce un valore aggiunto: un senso di responsabilità verso il futuro di queste piccole creature da parte di coppie che stanno ancora fiduciosamente aspettando di diventare una famiglia a tutti gli effetti. Si conclude così una mattinata che è stata contaminata da un turbine di emozioni, dove ho incrociato un forte impatto emotivo e un valoroso impegno sociale. Pian piano la sala di attesa dell'aereoporto si svuota, salutiamo il presidente e il suo vice, con la promessa di risentirci presto. Ricomponiamo la squadra di partenza: la psicologa, l'assistente sociale, una volontaria e l'accompagnatrice bielorussa, che per questi giorni soggiornerà nella città di Terlizzi, ci accingiamo verso il parcheggio, saliamo in macchina e intanto, dal finestrino riesco a strappare un'ultima scena: un papà che apre lo sportello della sua auto mentre entusiasta lancia a gran voce la proposta di un bel gelato per festeggiare l'arrivo delle sue piccole e loro che sprizzano gioia da tutti i pori, mentre la mamma italiana tra un sorriso e l'altro intenta a sistemare al meglio borse e zaini viene colta a un tratto dalla manifestazione più grande di affetto, una delle due bambine le salta al collo per abbracciarla e dicendole chissà cosa !!!
Ore 13.30, Sono a casa, consapevole che l'emergenza Chernobyl non è ancora finita.
Scritto da Carmen Liso
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Il disastro di Chernobyl

Ore una, 23 minuti primi e 58 secondi del 26 aprile 1986. Ci troviamo nella centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina (allora facente parte dell’Unione Sovietica), vicino l’insediamento di Prypiat, a 16 Km dal confine con la Bielorussia. Nel corso di una prova, definita di sicurezza, del reattore numero 4, vennero disabilitati alcuni circuiti di emergenza, l'impianto di raffreddamento secondario e poi quello principale. Si voleva verificare la capacità del reattore di generare elettricità sufficiente per fornire il nutrimento ai sistemi di sicurezza senza l’alimentazione dall’esterno, ma utilizzando i due generatori diesel di emergenza del reattore stesso.

Tutto, però, andò storto: c’erano difetti di fabbricazione e gli operatori commisero diverse violazioni nelle procedure, non erano a conoscenza dei problemi di costruzione di quel tipo di reattore e l'impianto era gestito per la maggior parte da operatori non qualificati. In seguito alle esplosioni, dalla centrale si sollevarono delle nubi di materiali radioattivi che raggiunsero l'Europa orientale e la Scandinavia oltre alla parte occidentale dell'Unione Sovietica. Vaste aree vicine alla centrale furono pesantemente contaminate rendendo necessaria l'evacuazione di migliaia di persone, inclusi tutti i 50.000 abitanti della vicina città di Pripyat.

È stato calcolato che l'incidente di Chernobyl abbia rilasciato una quantità di radiazioni pari a 100 volte quelle rilasciate in occasione della bomba caduta su Hiroshima. Oggi le preoccupazioni si concentrano sulla contaminazione radioattiva del suolo. I più alti valori di scorie radioattive, come il cesio-137 che ha un tempo di dimezzamento di circa 30 anni, si trovano sugli stati superficiali del terreno, da dove vengono assorbiti da piante e funghi e quindi entrano nella catena alimentare locale.

Ricerche condotte da scienziati sovietici ed occidentali indicano che il 60% delle zone contaminate si trova in Bielorussia, dove è stato rilevato un aumento dell'incidenza del cancro alla tiroide sui bambini residenti nelle aree colpite dal disastro. Secondo gli esperti i risultati della maggior parte degli studi epidemiologici condotti sino ad ora devono essere considerati comunque provvisori, in quanto l'analisi completa degli effetti sulla salute dell'incidente è un processo tuttora in corso.

Per limitare la fuga delle radiazioni nucleari dalla centrale di Chernobyl fu costruito un sarcofago. Esso non è un contenitore permanente e duraturo per il reattore distrutto a causa della sua affrettata costruzione, spesso eseguita a distanza con l'impiego di robot industriali; inoltre il progetto originario aveva considerato una durata massima del sarcofago di 30 anni, in quanto esso era stato previsto solo come misura di emergenza temporanea per dare il tempo di realizzare una struttura permanente.
Infatti, alcuni mesi fa, a distanza di più di vent’anni, l’Unione Europea ha concluso la gara con la quale ha appaltato i lavori di costruzione del nuovo sarcofago. Si prevede l’ultimazione dei lavori in 3 anni e in questo modo si conta di coprire il luogo dell’ incidente per circa altri 100.

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