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https://live-light.blog/

La realtà del terzo settore, ormai diventata un punto fermo nella circuito nazionale ed internazionale, si fonde e si crea la sinergia giusta con i professionisti, nascono i punti di forza necessari per costruire insieme "Progetti di solidarietà". Iolanda Gisondo ne parla su live-light.blog
Porto avanti l'idea che non esista un genitore bio o un genitore ado, ma solo un genitore. Non ci sono figli bio o figli ado, ma solo figli.
Devo premettere che ho passato parecchio tempo a riflettere su cosa avrei potuto scrivere al riguardo. La mia riflessione è stata infatti rallentata principalmente a causa di due fattori.
Il primo è che, con un minimo di orgoglio personale e professionale, mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa di nuovo, che non fosse semplicemente la riedizione di contenuti presenti all'interno di una lunga bibliografia (la letteratura adottiva infatti straborda di valutazioni professionali).
Il secondo motivo ha a che vedere con la mia difficoltà a "patologizzare" (cioè analizzare i processi dal punto di vista della sintomatologia e di ciò che è difforme da quanto la maggior parte delle persone, e dei professionisti, ritiene essere normale e sano) il desiderio di maternità e paternità.
Mi spiego meglio: tra gli addetti ai lavori capita spesso di entrare in contatto con il mondo adottivo solo a causa di malfunzionamenti familiari o personali.
In altre parole si parla di adozione solo in quanto c'è qualcosa che non va, o in termini di funzionamento familiare fuori dalla norma e magari disfunzionale alla cura e al benessere dei figli, o in termini di difficoltà proprie dei bambini sia di carattere cognitivo che emotivo (si pensi all'ingresso a scuola e alla base emotiva dell'apprendimento).
Nelle mie ricerche sull'argomento infatti non ho trovato quasi nulla sulla "fisiologia"
(continuando con la metafora medica) del ciclo di vita della famiglia adottiva, del processo che porta genitori e figli a incontrarsi e riconoscersi come facenti parte della stessa storia e della stessa famiglia. Nulla sullo stupore che prende familiari e non, quando assistono a un miracolo simile.
Piuttosto, forse per deformazione professionale, la nostra attenzione di addetti ai lavori si sposta immediatamente alla ricerca di quegli indici di problematicità che danno uno scopo al nostro essere lì in quel momento: difficoltà relazionali, elaborazione del lutto, difficoltà di apprendimento etc., spingendoci per l'appunto a leggere ciò che vediamo in termini di "patologia".
Non fraintendetemi, è una fortuna per le famiglie che noi siamo lì con loro in quei momenti, ma questa non è la visione che ho io del progetto familiare. Ritengo infatti che l'adozione di un bimbo nasca, sempre e comunque, dal desiderio condiviso tra i coniugi di realizzare proprio quella famiglia, proprio con quelle caratteristiche, cioè di realizzare finalmente il proprio progetto di ciò che una famiglia dovrebbe essere per chi la crea.
La prima domanda che mi sono fatta è stata:«Perché si desidera un figlio? Per quale motivo le persone decidono di avere dei figli?».
Nel caso di una genitorialità adottiva questa è la prima domanda che ci si sente fare, con la sensazione poi che se non si sarà in grado di dare una risposta soddisfacente non si verrà ritenuti degni di accogliere un figlio. In altre parole, ciò che è naturale e scontato in chiunque, non lo è più per i genitori adottivi.
Sin da principio la "gravidanza adottiva" si connota come qualcosa di "socialmente" diverso: in alcuni casi viene valutata come un ripiego della coppia; in altri come un atto di salvataggio.
Naturalmente l'adozione di un bimbo nato da un'altra pancia è per sua natura un atto sociale, in quanto incide proprio sul tessuto sociale e in quanto necessita di un riconoscimento pubblico per divenire tale (il decreto di un giudice).
Chi invece decide di generare un figlio nella propria pancia non necessita di nessuna autorizzazione per poterlo fare al di là del proprio consenso, a volte non ha bisogno nemmeno del consenso del partner!
Il desiderio di un figlio può prendere due strade diverse.
Una strada lastricata dal desiderio "narcisisticamente" riferito a sé per cui si desidera in qualche modo, e con un brutto termine, "replicare" se stessi. Intendo qui la necessità interiore di prendersi cura e far crescere quella parte bambina che dentro di noi non era più contenibile emotivamente (così come un bambino che al nono mese non è più contenibile dentro la pancia della madre), e così si avvia il processo per farlo venire alla luce.
L'altra via che può imboccare il desiderio è invece quella per cui, appagati dalla propria capacità di diventare pienamente se stessi, i genitori desiderano poter fare lo stesso per un figlio, cioè renderlo quell'uomo o quella donna che il figlio è nato per essere. Non intendo qui avallare uno stile genitoriale lassista ed eccessivamente permissivo. L'effetto sarebbe comunque quello di disconoscere l'individualità del figlio, evitando di entrare in contatto con ciò che il figlio veramente è, lasciandolo solo in mezzo a un mondo troppo grande e complicato per lui.
Intendo invece sostenere quella rara capacità di entrare pienamente in contatto con un ALTRO essere umano, di essere consapevoli delle sue caratteristiche, dei suoi bisogni emotivi, dei suoi desideri; di aiutare quei desideri a prendere una forma che ne permetta la realizzazione; di essere cioè per i figli quella "base sicura" che permetta loro di «buttare il cuore oltre l'ostacolo»  e di correre a recuperarlo.
Nell'adozione, non si tratta di una "patologia", ma di una "fisiologia" della genitorialità, che prende una via che potrei definire semplicemente più evidente: pensate al caso delle adozioni internazionali, in cui è lo stesso aspetto del figlio a rimarcare una diversità biologica con la propria famiglia di appartenenza.
Anche in caso di adozione, gli attori protagonisti, e cioè bambini e genitori, compiono un salto verso ciò che è sconosciuto per loro, verso ciò che di più diverso da loro esiste.
Ed è proprio questo atto, il cui fine è la fondazione di una famiglia e l'integrazione della stessa, che è "riparativo" per ciascun familiare. È un percorso in cui ciò che era disfunzionale, che creava dolore e sofferenza, viene "trasformato" in uno scambio di amore reciproco, e perciò curativo per tutti.
Mi si potrebbe obiettare, è vero, di prospettare una visione un po' romanzata, idilliaca e quindi poco reale della famiglia adottiva.
Sono fermamente convinta che la funzione trasformativa sia il cardine dell'esperienza adottiva, e che questa competenza personale (trasformativa) - che nell'adozione diventa interpersonale - sia fondamentale nella gestione delle criticità specifiche di bambini e genitori, soprattutto nei momenti di difficoltà.
Unadifficoltàtra tutte è l'esistenza, quanto meno fantasmatica, dellamadre biologicadel bambino. E sebbene tutti preferiscano farne a meno, negarla fin quando è possibile, è comunque sempre presente, sia per i genitori che per il bambino, anche quando questo non è ancora in grado di mentalizzare la propria esperienza di vita. È inutile sprecare tante energie per dimenticarla, l'unica via possibile è solo quella di farci i conti.
Mi accorgo in quei momenti, entrando in contatto emotivo con le persone che mi trovo davanti, che per i coniugi si tratta di un momento di estremapaura e insicurezzarispetto al ruolo genitoriale che si sono ritagliati, mi rendo conto che chiunque è percepito come nemico e come giudice inclemente e, nel tentativo di comprendere empaticamente il loro vissuto, spero che giunga presto il momento in cui quei genitori si sentiranno pronti per aprirsi alla realtà della loro vita quotidiana, così da poterne ricavare il meglio sia per loro che per il loro figlio.
A volte questa mi sembra l'unica possibilità: coltivare la speranza e un atteggiamento accogliente verso il diverso... non è forse questo che ci insegna la vicenda adottiva?
Infine, vorrei portare all’attenzione dei lettori un progetto che mi sta da qualche anno a cuore il cui obiettivo qui è di suscitare interesse e partecipazione: l’Accoglienza di minori svantaggiati provenienti dal territorio della Bielorussia. Progetti di Accoglienza in cui si mettono a disposizione sia le mie competenze in ambito psicologico sia quelle esperienziali del Presidente dell’Associazione “Accoglienza Senza Confini-Terlizzi Onlus” volte alla preparazione e formazione delle Famiglie sia nuove che veterane di tali progetti ormai decennali.
Dott.ssa Iolanda Gisondo

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Gemmato: "Famiglie mosse da un moto di generosità e di umanità sorprendenti in tempo di crisi. La città è fiera".
L'arrivo è un evento. Un arcobaleno di bellezza. Un momento di festa. Una doccia di tenerezza. Sono perle di rugiada, questi bambini, questi ragazzi in arrivo dalla Bielorussia. Esercitano un effetto balsamico. Sono una brezza di gioventù. Arricchiscono la comunità. Rivitalizzano e rigenerano i nuclei familiari che li ospitano. Li aprono a una "nuova giornata".
Di primo mattino, il 3 giugno, ne sono arrivati 25, trasportati dagli automezzi dell'Esercito Italiano, messi a disposizione dal Comando 10° Re.Tra. di Bari grazie al Colonnello Capezzuto; altri 6 giungeranno il 23 giugno, e in 6 il 19 luglio.
L'Associazione Accoglienza senza confini Terlizzi rende un'opera straordinaria. L'ha sottolineato il sindaco Gemmato, ricevendo in sala consiliare la comitiva dei piccoli e le famiglie ospitanti, "mosse da un moto di generosità e di umanità sorprendenti in tempo di crisi".
Il cordiale benvenuto del primo cittadino ha trovato eco nella soddisfazione del Presidente Leovino: "L'associazione è fiera dei propri soci. E ringrazia la rete di volontariato che permette l'impresa, in cui la parola centrale è da sempre "accoglienza": nonostante tutto. Nonostante i tempi difficili. Nonostante i confini. Nonostante le distanze. Nonostante le differenze. Accogliere è un moto dell'animo che supera ogni barriera".
I bambini bielorussi traggono vantaggio dalla permanenza nel nostro Paese, intanto perchè accolti in ambito familiare, loro che vivono abitualmente in istituto, poi perchè sottratti all'ambiente di provenienza, ancora soggetto alle radiazioni nel dopo Chernobyl, con rischi consistenti per la salute.
Proprio su questo versante l'Associazione Accoglienza senza confini Terlizzi sta maturando il proposito di intensificare l'opera, non solo in senso preventivo. L'anno prossimo - questa è la scommessa - cercherà di accogliere anche cinque bambini in remissione oncologica, che avendo superato la fase acuta del male, avranno bisogno di un periodo di risanamento terapeutico all'estero, in ambiente non irradiato e salubre. "Sarà, per noi, la nuova frontiera del verbo accogliere: da varcare com'è stato finora", conclude il presidente Leovino.
Per non dimenticare ma, soprattutto, perchè ciò che è accaduto non si ripeta. Chernobyl. 26 aprile 1986 ore 01.23:58 locali. Una data tristemente nota soprattutto per circa seimila persone. Trecentocinquanta mila furono coloro che inizialmente dovettero evacuare l'intero territorio dell'Ucraina (all'epoca dei fatti facente parte dell'Unione Sovietica), confinante con la Bielorussia.
Ancora oggi non c'è concordanza sul numero delle vittime dirette ed indirette di quello che è stato il più grave incidente nucleare della storia: l'incendio e l'esplosione del reattore numero 4 (quello che produceva energia elettrica per uso civile e plutonio ad uso militare) della centrale "Rbmk" di Chernobyl in Ucraina (che allora, nell'86, faceva ancora parte dell'Unione Sovietica). L'unico incidente della storia che ha raggiunto il settimo livello (il più alto) della scala Ines predisposta dall'Agenzia Atomica Internazionale (Iaea) per misurare appunto la gravità degli incidenti che si verificano negli impianti nucleari. Un incidente che ha però minato la serenità oltre che delle Regioni interessate direttamente anche di tutta l'Europa.
A seguito dell'incidente infatti si verificò un'esplosione del reattore e iniziarono a disperdersi in atmosfera fumi radioattivi.
I primi a farne le spese subendo direttamente sul proprio corpo le azioni della radioattività incontrollata sprigionatasi furono i primi soccorritori che accorsero sul posto. Fonti dell'epoca citano ben 31 morti per esposizione diretta alle radiazioni.
Ma evidentemente il peggio doveva ancora avvenire.
Favorita dalle condizioni atmosferiche contingenti, la nube radioattiva ben presto iniziò a migrare contaminando via via le zone dalle più vicine a quelle più lontane: Bielorussia, Bryansk (in Russia) Ucraina nord-occidentale sino a raggiungere anche alcune nazioni europee.

Una nube incontrollata ed incontrollabile che via via disseminò sul suolo tutto il suo carico radioattivo costituito prevalentemente da "Cesio 137" e "Iodio 131", contaminando tutto e tutti. Stime hanno calcolato che l'incidente di Cernobyl rilasciò una quantità di radiazioni pari a 100 volte quelle sprigionatisi in occasione dello scoppio della bomba di Hiroshima.
E sono proprio questi elementi radioattivi scaturiti dalla nube, che hanno minato la salute di una moltitudine di soggetti, soprattutto bambini.
Gli effetti sanitari conseguenti all'accaduto sono stati acuti (manifestazione di segni clinici entro pochi mesi dall'esposizione per la massiva dose assorbita), tardivi (direttamente correlati alla dose assorbita di radiazioni ionizzanti) ed altri effetti in qualche modo riconducibili all'incidente occorso.
Tra gli effetti tardivi che la Comunità scientifica internazionale ha con certezza posto in relazione all'incidente c'è stato l'aumento di alcune forme di tumore. Gli individui che abitavano le zone più prossime alla sede dell'incidente hanno subito l'irraggiamento diretto degli isotopi radioattivi dello "Iodio 131" che ha un tempo di dimezzamento di sette giorni. Coloro che risultavano geograficamente più distanti, sono stati contaminati dall'inalazione di radionuclidi oltre che dall'assunzione, attraverso la catena alimentare (latte bovino, verdura, acqua etc. contaminate), dalle scorie radioattive depositatasi sul terreno.
Quindi l'organo che ha subito gli effetti nocivi dello "Iodio 131" è la tiroide. Una ghiandola del nostro corpo con un ruolo fisiologico estremamente importante: regola il metabolismo corporeo, lo sviluppo scheletrico, cerebrale, della pelle, degli organi genitali, dell'apparato pilifero etc. Lo iodio, assunto con la dieta, si concentra nella tiroide e rappresentaa l'ingrediente cardine per la sintesi degli ormoni tiroidei (T3 - T4).
Poichè nelle regioni interessate dal disastro, le condizioni socio-economiche, nella stragrande maggioranza dei casi erano tali da non consentire è ed ad oggi la situazione non è mutata - l'assunzione di una dieta varia ed equilibrata, è evidente che la popolazione era ed è "avida di iodio". E ciò spiega il perchè allorquando ci fu la eccessiva "liberazione" di tale elemento, lo stesso fu da subito captato e depositato a livello tiroideo. Ecco quindi spiegato l'incremento esponenziale di carcinoma tiroideo che ha interessato soprattutto i bambini di età inferiore a 10 anni.
I dati disponibili non ci consentono di affermare con altrettanta assoluta certezza una correlazione tra il disastro nucleare e l'incremento di altre forme tumorali quali leucemie, neoplasie gastriche, vescicali etc. od altre patologie (alterazioni cromosomiche, aborti spontanei ed altri fenomeni patologici).
Tra gli effetti non direttamente collegabili all'effetto radiazioni ma in qualche modo riconducibili all'accaduto, ci sono le innumerevoli situazioni di stress, stati ansiosi, disturbi neurovegetativi e comportamentali, nevrosi, psicosi etc.
A fronte di una tragedia di tale portata non si può certo rimanere indifferenti! Ognuno può e dovrebbe soprattutto offrire il proprio aiuto secondo i modi e le forme che ritiene più giuste ed opportune.
Nonostante la legislazione Bielorussa sia particolarmente attenta nell'autorizzare interventi da parte di Organizzazioni estere, esistono una serie di Associazioni ONLUS che da tempo si sono dedicate a questa forma di impegno con progetti di accoglienza temporanea in Italia dei bambini bielorussi al fine di offrire loro un sostegno psicologico ed un aiuto concreto.
Un periodo di soggiorno di 30 giorni lontano dalla fonte di contaminazione, consente di ridurre del 50% la concentrazione urinaria di "Cesio 137" (una delle sostanza radioattive fuoriuscite dalla centrale che ha un tempo di dimezzamento di 30 anni circa e che ha minato la salute dei bambini). Tanto per fare un esempio concreto !
Dr. Enrico Balsamo
Tec. della Prevenzione nell'Ambiente e nei luoghi di lavoro
Consulente ambientale - Formatore in sicurezza sul lavoro
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Progetto Speranza: è fatta!! :-)

Siamo felici di comunicarvi che il Progetto Speranza è realtà.
Infatti, siamo riusciti a raccogliere fondi sufficienti ad ospitare 5 bambine (tutte femminucce) dal 19 maggio fino al 11 giugno 2014.
Siamo veramente entusiasti per aver raggiunto questo obiettivo che vede impegnata per la prima volta la nostra ssociazione in un progetto con bambini che hanno problematiche oncologiche.
Nei prossimi giorni non mancheremo di darvi maggiori e più puntuali informazioni sul progetto stesso.
Per ora ci limitiamo a ringraziare TUTTI quanti hanno reso possibile raggiungere questo bel risultato. GRAZIE!!!!
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Un'ondata tonificante di speranza

L'esultanza è grande. L'Associazione Accoglienza Senza Confini Terlizzi Onlus e l'intera città sono pronte all'abbraccio.
Cinque bambine bielorusse provenienti dal Centro Oncologico Pediatrico di Borovliany, indicate dall'Associazione Children in trouble e accompagnate da un medico e da un'interprete, soggiorneranno sul nostro territorio dal 19 maggio all'11 giugno, trascorrendo un periodo di risanamento terapeutico al Vittoria Parc Hotel di Palese.
Hanno superato la fase acuta del male e sono in remissione oncologica, cioè in convalescenza. Usufruiranno di bagni marini e della giusta serenità per smaltire lo stress psicologico procurato dalla malattia.
La loro presenza susciterà più motivi di speranza. Le bambine trarranno vantaggio per la salute; gli ospitanti cresceranno in umanità, accogliendo chi proviene da un ambiente ancora contaminato e insidioso.
"In fondo - sostiene il presidente Paolo Leovino - la nostra attività ha come fine di allargare i confini, anzi di superarli o di abolirli, specie se al di là vi sono bambini che hanno bisogno di aiuto. Il progetto speranza è interno a questa volontà, che si apre a ventaglio non appena viene comunicata."
Ha contagiato, ad esempio, il sindaco di Bisceglie, Francesco Spina, e l'assessore all'Istruzione e alle Politiche giovanili e sport, Vittoria Sasso, a cui si aggiungono i dirigenti scolastici del 3° Circolo didattico "San Giovanni Bosco", Mauro Visaggio, e del 4° Circolo "Don Pasquale Uva", Francesca Castellini, impegnati rispettivamente nell'organizzazione della Giornata dello sport al Paladolmen, e di attività di socializzazione a scuola, con il coinvolgimento delle piccole bielorusse.
A loro sarà anche riservata, il 3 giugno, la visita al 36° Stormo di Gioia del Colle, comandato dal colonnello pilota Vito Cracas, e al Nucleo elicotteri della Guardia di Finanza, il 30 maggio, guidato dal colonnello Muscarà. Non mancheranno piccoli doni in segno di benvenuto.
Prima di spostarsi altrove, però, le piccole bielorusse approderanno a Terlizzi. Alle ore 17 del 19 maggio saranno accolte in Biblioteca comunale dal sindaco Ninni Gemmato e dagli adulti che tra non molto ospiteranno altre bambine e bambini bielorussi nell'ambito del progetto di accoglienza estiva, a partire dal 1° giugno. Sempre presso la Biblioteca comunale, alle ore 16 del 21 maggio, le bimbe seguiranno l'informazione sul comportamento da tenere in strada e in piscina durante la permanenza, per evitare rischi e pericoli. La relazione sarà tenuta dal dott. Enrico Balsamo. Poi sarà la festa dei sentimenti e della solidarietà.
Grazie al Progetto Speranza, la stagione estiva inizierà, nella comunità, con uno slancio umano unico, che troverà sviluppo in una fresca e tonificante ondata di iniziative che terranno a battesimo la permanenza delle piccole bielorusse. Il desiderio è di veder spuntare un sorriso sui loro volti: unica gratificazione a compensare mesi e mesi di intense attività preparatorie.
Renato Brucoli, addetto stampa
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Cominciato il Progetto Speranza

Eccoci alla realtà..
..il 19 maggio u.s. sono arrivate in Italia 5 bellissime bambine bielorusse che saranno nostre ospiti per circa 20 giorni, accompagnate da un medico oncologo e un'interprete.
Ad accoglierle i rappresentanti del consiglio direttivo e alcune delle famiglie della nostra associazione.

Sono le bambine che fanno parte del progetto Speranza. Progetto che porta in Italia bambini in remissione oncologica che passeranno qui da noi alcuni giorni della loro convalescenza tra sole, mare, cibo sano e non solo.
Infatti, passeranno i loro giorni oltre che al mare, anche tra varie iniziative e gite che l'associazione ha organizzato e programmato.
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Viaggio in Bielorussia

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